a cura di Fabrizio D’Amico

“Tornare al gesto, al gesto unico, al grande gesto automatico che annulli la negazione, che annulli l’altro da sé – la prigione….. Tornare ad una pittura che valga come finale scancellazione dell’inerte”, scriveva Scialoja sul “Giornale” nel 1979, mentre la sua opera si popolava di fremiti e irregolarità, nella duplice esigenza di rigore e libertà.”

 


L’ultimo Scialoja, 1982 – 1998 

domenica 9 maggio 2004

 

Tornare al gesto, al gesto unico, al grande gesto automatico che annulli la negazione, che annulli l’altro da sé – la prigione….. Tornare ad una pittura che valga come finale scancellazione dell’inerte”, scriveva Scialoja sul “Giornale” nel 1979, mentre la sua opera si popolava di fremiti e irregolarità, nella duplice esigenza di rigore e libertà.

Sono passati due anni dalla retrospettiva di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, a cura di Fabrizio D’Amico, ma a Roma, città natale di Toti Scialoja, l’ultima mostra risale al 1991 quando la Galleria Nazionale d’Arte Moderna organizzò un’importante antologica che comprendeva opere dal 1940 al 1991.

La Galleria Edieuropa, sempre molto attenta al lavoro del maestro (i ricordino la personali del 1669, 1978, 1989 e 1998), dal 9 maggio al 9 luglio 2004, ospita la mostra “L’Ultimo Scialoja”, una scelta di opere ultime, dalle carte intelate ad alcune grandi tele, complessivamente circa quaranta opere che vanno dal 1982 al 1998.

Una pittura nuova, fortemente incentrata sulla voglia di ritrovare la libertà smarrita, attraverso il ritorno alla luce piena, splendida e assoluta, alla materia, non più guardata con sospetto, e quindi restituita ad una sua vita piena.

Il nuovo Scialoja non ha bisogno di asserire univoche certezze, ma ha urgenza di dar figura alla fuggente e molteplice forma della vita.

La mostra

Le opere esposte, circa quaranta, si riferiscono alla produzione dal 1982 al 1998, periodo in cui si riscontra “una conversione decisiva della pittura di Scialoja, conversione legata ad un viaggio fatto a Madrid nel 1982 e all’incontro con il Goya della “Quinta del Sordo”. Nasce una pittura senza remore, finalmente libera dai dubbi paralizzanti che l’avevano toccato dalla metà degli anni Sessanta”, scrive nel testo del catalogo Fabrizio D’amico.

L’artista torna ad impadronirsi degli 2atti elementari della pittura”: la luce e la materia; la nozione di luce sarà, dopo una lunga permanenza in Sicilia, a Gibellina ne 1985, elemento decisivo di distanza rispetto alla sua pittura più antica; la luce farà parte non rinunciabile della nuova immagine di Scialoja, “luce come bagliore, come lampo attuale, come rivelazione drammatica”. Sono anni di pittura intensa, frequente, felice.

“Questo tempo di Scialoja” prosegue Francesco D’Amico ha una forte coesione interna, ma anche una sua energia centrifuga, che s’è data forse a contraltare della sorveglianza estrema del precedente decennio. Il nuovo Scialoja sente di poter sentire unite quelle vocazioni di pittura che si dettero in lui, una volta, disgiunte”.

Una luce nuova, appare nell’ultima produzione, capace di pienezza, splendore ed assolutezza nuovi, cui si affianca un colore che è talora squillante, clamoroso, talvolta, scemato d’orgoglio, sopisce incantato in accordi lenti e dolcissimi di tono. Torna la materia, canapa grezza in grumi e concrezioni, corrusca e luminosa, guardata con sospetto nel tempo passato, ora libera da remore e paure, torna in questa sua colma stagione con nuova confidenza, cogliendo e rappresentando l’ampio spettro di possibilità espressive.

 

 


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