“Il suo lavoro, in tempi in cui l’appariscenza e il rumore sembrano essere d’obbligo, è anomalo e controcorrente: infatti mette in gioco soltanto alcune tracce lasciate da eventi in cui l’energia fisica, e soprattutto psichica, è presente, affidata alla memoria collettiva ed automatica.”


venerdì 3 maggio 2013

 

Architetto di formazione, De Leonardis nella sua lunga e complessa pratica artistica, ha sempre mantenuto uno stretto rapporto con l’architettura, su cui interviene e sviluppa, collocandoli, i suoi lavori, vere e proprie installazioni scultoree.

Anche in questa tappa romana, oltre che all’interno della galleria, l’artista interviene con le sue installazioni negli spazi esterni dello scalone e del chiostro cinquecentesco di Palazzetto Cenci.

Le opere in mostra appartengono alla produzione dell’ultimo decennio, in particolare quelle cui l’artista affida il compito di sottolineare “i piani inclinati della vita”: fili a piombo semplici e doppi “miracolosamente” obliqui, che sottolineano, insieme a tracce di altri elementi semplicemente accennati, spazi fisici e mentali che si incuneano in quelli dell’architettura reale, creando nel visitatore una sorta di squilibrio.

Il suo lavoro, in tempi in cui l’appariscenza e il rumore sembrano essere d’obbligo, è anomalo e controcorrente: infatti mette in gioco soltanto alcune tracce lasciate da eventi in cui l’energia fisica, e soprattutto psichica, è presente, affidata alla memoria collettiva ed automatica.

Basti citare i suoi Mari di moccoli, di cui l’installazione nel chiostro di Palazzo Cenci, realizzata con guanti da lavoro usati (alcuni dei quali “mimetizzati” in bronzo), è una derivazione diretta; il suo Pastorale, sorta di ‘traccia’ d’elettricista scavata direttamente nel muro; i Guanciali e le Braghe, resti di quelle che De Leonardis definisce le vere cattedrali moderne, le cave di estrazione del marmo, in cui si esercita la massima delle violenze sulla natura e sul paesaggio di ottocentesca e oleografica iconografia.

A seguire – dal 16 maggio – l’artista presenterà anche il progetto Periferie, presso la galleria Monopoli di Milano. I nomi stessi delle due mostre, quella romana e quella milanese, sono indicativi della poetica dello scultore che riflette sulla funzione “mimetica” dell’arte in genere e sul valore “periferico” del nuovo occhio: “Oggi il centro di Piero della Francesca, che tutto e tutti ci affanniamo a occupare forsennatamente, è morto; abbiamo bisogno di vuoto, di respirare, facciamo tabula rasa, impariamo a guardare con la coda dell’occhio, in tralice, sui bordi, perifericamente”, appunto.

La mostra infine è corredata da un catalogo dal significativo titolo Museo 2013, disegnato e progettato dallo stesso artista. I testi sono di Andrea Fiore, giovane storico dell’arte, e di Piero 1/2Botta, collega e amico dell’artista.

Si ringrazia per la gentile collaborazione lo Studio Fabio Mauri, Associazione per l’Arte e l’Esperimento del Mondo.


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